Arte e Cultura Libri Palermo Sicilia

“La tela dei Boss”, un mistero lungo 50 anni

È stato presentato al tribunale di Termini Imerese, su iniziativa della Camera penale, il libro “La Tela dei Boss” del giornalista palermitano Riccardo Lo Verso, scritto per la casa editrice Novantacento. Nel libro l’autore, supportato da fonti e atti giudiziari, ha cercato di ricostruire la dinamica del furto della “Natività” di Caravaggio. Ancora dopo cinquant’anni il mistero della tela di Caravaggio è fitto. A raccontarlo, con dovizia di particolari, è stato Lo Verso, che ha cercato di amalgamare, in modo parallelo, il passato e il presente. 

Riccardo Lo Verso 

Riccardo Lo Verso, è nato a Palermo nel 1973. Cronista giudiziario del quotidiano Livesicilia.it, scrive per il mensile di inchiesta S e collabora con “Il Foglio”. 

La tela dei Boss: un mistero lungo 50 anni 

Mai prima di quel momento si era parlato nelle aule giudiziarie di un’opera d’arte. Dopo cinquant’anni il mistero della tela che, probabilmente, Caravaggio dipinse intorno il 1600 e il 1609, si è intrecciato di nuovi fatti e nomi. La notte tra il 17 e il 18 aprile del 1969 la tela sarebbe stata rubata da alcuni malviventi incaricati da Cosa Nostra. Si intrufolarono all’interno dell’oratorio di San Lorenzo. Si racconta che fossero due. Ancora oggi non si riesce a capire come quattro mani abbiano staccato dalla parete un’opera così grande. Misurava circa due metri per tre. Fu da quel momento che iniziarono le ricerche. Una cosa è certa: la storia del Caravaggio rubato è una storia di mafia. Erano periodi difficili. In quegli anni numerosi furono gli omicidi per mano della Mafia, come quello di Falcone e Borsellino, di Carlo Alberto della Chiesa, che fu ucciso pochi anni dopo il furto, ma anche del boss Luciano Liggio, ucciso dalla mano mafiosa pochi mesi dopo la scomparsa del quadro. I Carabinieri partirono da Francesco Marino Mannoia, uno dei boss che faceva parte della famiglia di “Santa Maria di Gesù”, diventato poi collaboratore di Giustizia. Quando  viene interrogato per la prima volta nel 1989 da Falcone, dice che il quadro è stato bruciato e distrutto per sempre. Pochi anni più tardi, nel 1996 viene chiamato per un nuovo interrogatorio, già Falcone era stato ammazzato, ma rimane fermo nei ricordi. Solo pochi anni fa, nel 2017, i Carabinieri interrogano per la terza volta Mannoia, il quale ribalta la versione, sostenendo che il quadro sia stato portato via da Marchese dopo che il compratore milanese si rifiutò di comprarlo. “Mannoia aveva mentito per levarsi di torno Falcone”, ha detto. All’appuntamento con il compratore oltre a lui, c’era anche Pietro Vernengo, un altro mafioso palermitano. Egli successivamente, dopo che De Santis fece il suo nome, diventò la chiave delle indagini. Erano giorni veramente difficili per il collaboratore di giustizia. La mafia corleonese, nella strage di “Bagheria”, gli aveva strappato via dalla sua vita la sorella, la madre e la zia.  Le indagini diventarono di pubblico domino, spargendosi tra i personaggi più illustri di Cosa Nostra: vi era chi sosteneva che la tela fosse stata bruciata, o rovinata direttamente già all’atto del furto, o ancora fosse custodita in Sicilia dai mafiosi che l’avevano rubata. Si pensò anche che fosse rientrata nella trattativa stato-mafia. Lo stesso Mannoia, infatti, aveva confessato a Falcone i rapporti tra la politica e la mafia. Tutte ipotesi, nulla di certo. Il pentito di Cosa Nostra, Salvatore Cucuzza, dopo un interrogatorio fa il nome di Guido De Santis. I militari del Nucleo tutela patrimoniale artistico si mettono in moto. Nel negozio di giocattoli di sua proprietà, De Santis viene interrogato. Diceva che con la Mafia aveva chiuso i battenti per regalare sorrisi ai bambini. Inizialmente all’arrivo dei militari del Nucleo tutela patrimonio artistico si mette sulla difensiva, ribadendo che non sapeva nulla del furto della tela. Ma quando i due militari chiusero il verbale, l’ex mafioso non smise di parlare. Dice di aver visto con i propri occhi la tela e che è stata rubato da due persone. I Carabinieri hanno creduto al suo racconto. Non avrebbe avuto motivo di dire bugie. De Santis conosceva troppi dettagli per mentire. Tra i collaboratori spunta anche il nome di Gaetano Grado, secondo il quale il quadro si trovava in Svizzera. Nella storia del dipinto a un certo punto compare anche il nome di Gaetano Badalamenti, boss deriso da “Peppino Impastato” che pagò la vita con il suo stesso coraggio.

Questi sono solo alcuni dei retroscena di ieri e di oggi, che Lo Verso ha scrupolosamente raccontato. Dopo cinquant’anni della scomparsa della tela del “Caravaggio”, grazie ai collaboratori di mafia e ai vecchi padrini, che hanno rotto il silenzio, si è aperto uno spiraglio di speranza, che potrebbe riservare clamorosi svolti e sorprese inaspettate. 






Himerah24.it:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *